Scrivere di Sport incontra Melania Sebastiani.
Melania, dopo studi umanistici, un Master Europeo in Women’s and Gender Studies, e una
articolata formazione giornalistica, si occupa di comunicazione. Dal 2011 fa parte del team di
Storiedisport.it, che è stato uno dei primi siti di letteratura sportiva in Italia, per il quale ha scritto articoli,
allestito mostre e incontri nelle scuole, prodotto podcast, organizzato eventi e presentazioni. Vive e lavora tra
la Lunigiana e le Cinque Terre.
Il suo ultimo libro è Dawn, Vēra, Wilma e le altre – 23 ritratti di donne che hanno fatto la storia dello sport.
L’intervista con Melania Sebastiani
La nostra rubrica, della quale tu sei l’apripista, nasce per raccontare i libri di sport ma anche la metodologia della scrittura sportiva per ispirare tutte quelle atlete che da grandi vogliono scrivere e raccontare di sport. Quindi la prima domanda di rito sarà: come si scrive un libro? che metodologia hai adottato per la ricerca e la costruzione del testo?
Scrivere è un atto soggettivo. Io sono specializzata nelle storie di vita e il mio modo personale di raccontare è totalizzante. La cronaca sportiva è una lente che attraversa la dimensione geografica, la dimensione emotiva, dimensione più solitaria e intima, forse anche inconscia della persona che racconto, ma anche quella più sociale, corale. Per me l’importante è il dettaglio che trascini la narrazione. Per trovare quel dettaglio ho bisogno di calarmi nelle canzoni, nei colori, negli avvenimenti, nelle cronache dell’epoca. Si può raccontare Diego Armando Maradona dallo scudetto del Napoli del 1986/7, oppure dalla sua pancia imbolsita. Oppure si può scegliere di fare un giro turistico dell’Argentina sulle tracce di Maradona, sui murales che lo dipingono, le edicole che lo celebrano, i disegni fatti col gesso dai bambini. Maradona è anche questo e io lo ho visto con i miei occhi, proprio girando per quelle strade: Maradona è un conventillo dove bambini rincorrono il pallone e giocano a fare gol di mano sotto a un enorme neon che raffigura Don Giovanni Bosco, mentre all’angolo c’è un ritratto azzurro di un giovane Maradona con l’aureola gialla e, davanti a questo ritratto, un cero acceso. Per inclinazione personale, all’interno della narrazione sportiva, io sono quella che per raccontare Maradona sceglie di raccontare questo cero acceso. Dal punto di vista metodologico è quindi fondamentale il dialogo: il dialogo con quei bambini, il dialogo con gli argentini, il dialogo con gli italiani, il dialogo con quanto è stato scritto su quell’atleta, la ricerca di filmati, di foto, di tutto ciò che mi possa permettere di restare in quei pochi metri di conventillo senza il rischio di, come avrebbe detto il mio maestro delle elementari Fausto, “andare fuori tema”.
Ora parliamo di “Dawn, Vera, Wilma e le altre”: perché questo libro e in che modo hai selezionato le storie da raccontare?
Per fortuna non le ho dovute selezionare io ma le ha selezionate Gino Cervi, che ne ha scritto anche la prefazione! Per quanto riguarda invece le storie che scelgo di raccontare, sono influenzate da viaggi, frequentazioni, ricerche in corso. Ad esempio, nel 2018 ho avviato un lavoro di ricerca sul passato industriale di Aulla, in Lunigiana, dove per quasi un secolo è stato attivo un jutificio Montecatini. L’immagine che i lunigianesi hanno mantenuto nella loro memoria di comunità è quella della manodopera, al 70% femminile, delle operaie che si recavano al lavoro in bicicletta. La bicicletta nel Novecento è stata indubbiamente non mero mezzo di trasporto, ma un simbolo d’indipendenza, di conquista dello spazio, del tempo libero, del lavoro e, anche, dello sport. Dovendo fare un confronto tra queste filandine italiane e la Francia, mi sono accorta che c’è una figura che si può accostare alla filandina: quella della midinette, la giovane ragazza, lavoratrice della moda, che andava a pranzare a mezzogiorno con le colleghe, sia al sacco, sulle panchine dei giardini pubblici, che abbandona il lavoro in campagna e si muove in città, scopre spazi di socializzazione, esce dal contesto familiare, si abbandona alle confidenze tra compagne, si scambia riviste di moda, compra a credito nei negozi, entra a contatto con le nuove tecnologie, il telefono, i macchinari. Andando a cercare dettagli sulle midinettes mi sono imbattuta nella “Marche des midinettes”, una corsa da Parigi a Nanterre organizzata dal giornale “Le Monde Sportif” e ne sono rimasta totalmente affascinata. Le filandine hanno conquistato il loro spazio in bicicletta; la midinette a piedi. A volte invece è la cronaca contemporanea a ispirare: la recente vittoria di Sébastien Loeb navigato da Isabelle Galmiche al rally di Montecarlo ha riacceso qualche luce sul tema donne & motori. Sotto al casco non c’è uomo o donna, non c’è colore. Vince il più forte e, come suggerisce Fabrizia Pons, l’unica cosa da fare per riuscire è “correre, correre, correre”. Che io applico a me: “scrivere, scrivere, scrivere”.
Partiamo dalla prefazione di Gino Cervi: è vero che de Coubertin aveva una visione dello sport molto maschilista?
Leggiamo assieme la citazione ma per contestualizzarla serve più di una domanda.
Il padre delle Olimpiadi moderne riprende i Giochi di Olimpia. Se andiamo al 776 a.C. ai piedi del tempio dedicato a Zeus, per la cerimonia di apertura dei primi Giochi Olimpici della storia, non ci sono donne presenti. Non solo non è permesso alle donne partecipare, ma nemmeno di assistere ai Giochi. Quando riprendono ad Atene nel 1896 le Olimpiadi moderne viene ripresa la tradizione. D’altronde, anche riguardo alla marcia delle midinettes la stampa (coeva di de Coubertin) scrive che “il pubblico non ha ancora fatto l’occhio alla silhouette della donna che fa sport”. Roba eccentrica, da circo. L’endiadi donne sport passa attraverso il corpo delle donne. Eppure, i mosaici di piazza Armerina ci mostrano donne intente a nuotare e giocare a palla… in bikini! Nonostante de Coubertin, ci fu una donna alle prime Olimpiadi del 1896. Era Stamáta Revíthi, nota con il nome di Melpomene, 30 anni, madre di due figli, vedova, che decise comunque di correre la maratona. Aveva sentito che l’organizzazione aveva promesso ai migliori piazzati un lavoro, un calesse, un cavallo, perfino un matrimonio da favola. Non le fu permesso di partecipare ufficialmente, non le fu permesso di prendere la benedizione, non le fu permesso di entrare nello stadio, nonostante ciò, si recò a Maratona e completò la gara chiedendo che venisse registrato il suo tempo, nella speranza che le potesse poi essere riconosciuto qualcosa. Non le varrà nulla e i racconti si vanno a confondere con l’aneddotica. Fuori dall’aneddotica c’è la prima edizione delle Olimpiadi in cui le donne correranno ufficialmente la maratona: Los Angeles 1984. Quasi cent’anni dopo Stamáta Revíthi. Ho visto sui social il post di una mia abituale lettrice, Roberta, che ha acquistato Dawn, Vera, Wilma e le altre e ne consiglia la lettura “per tutti i non puoi che ti hanno detto”. Si tratta proprio di questo: non puoi entrare nello stadio, non puoi correre le lunghe distanze, non puoi mostrare le gambe, non puoi andare al lavoro in bicicletta, non puoi essere professionista, non puoi avere un ruolo federale, non puoi saltare, non puoi fare il salto mortale, non puoi guidare e a catena tutti gli altri “non puoi” che invadono altri campi, condensati in quei quattro aggettivi del barone de Coubertin.
Impratique, inintéressante, inesthétique et incorrecte.
Tra quelle che hai raccontato, la storia di Ida Nomi Pesciolini è significativa. Leggendo tra le pagine si avverte sempre la presenza del babbo Leopoldo. Quali uomini si sono spesi per le donne di sport, sia nelle tue storie sia nel recente passato (o anche nel presente)?
I genitori (padre o madre, biologici o putativi) sono per definizione figure ingombranti. Ida cresce letteralmente a pane e ginnastica. Da una parte deve pagare il cognome che porta, rimane più caratterizzata in quanto “figlia di” (ma ad ottobre a San Gimignano è stata inaugurata a suo nome la palestra delle medie); dall’altra è forse anche per il suo cognome che sfugge alle stimmate della “maestra Pedani”, ovvero allo stereotipo della maestra di ginnastica, fissata da De Amicis nel suo libro “Amore e ginnastica”. Maria Pedani è una donna moderna, 27 anni, “larga di spalle e stretta di cintura, modellata come una statua, che spirava da tutto il corpo la salute e la forza, che sarebbe stata bellissima se non avesse avuto un nasino non finito e un’espressione di viso e un’andatura un po’ troppo virili”. Secondo le credenze dei ginnasiarchi del romanzo, “nella ginnastica, come scienza, il cervello d’una donna non sfonda, si sa. Ma come esecutrice, non ce n’è un’altra. Già, madre natura l’ha fabbricata per quello: le ha dato le proporzioni schelettoniche più perfette che io abbia mai viste, una cassa toracica che è una maraviglia. L’osservavo giusto ieri nella rotazione del busto, che faceva per esperimento. Ha la flessibilità d’una bambina di dieci anni. E mi vengano a dire i signori estetici che la ginnastica sforma il bel sesso! Quella maneggia i manubri come un uomo, e ha il più bel braccio di donna, se lo vedesse nudo, che si sia mai visto sotto il sole”. La Pedani è un nuovo esempio di donna, un tipo disinvolto, socialmente impegnato, professionale, una donna disposta a rifiutare il ruolo di madre e moglie per perseguire in modo attivo e costruttivo la carriera scelta. D’altronde, “Una vera maestra di ginnastica non deve prender marito, deve conservarsi come un soldato, libera dell’anima e del corpo. La maestra Pedani deve consacrarsi tutta alla sua missione. E la sua missione non è di far dei figliuoli, è di raddrizzare quelli degli altri. Non farà questa asineria. Io la persuaderò”.
Essere madre ed essere una grande atleta è possibile. Abbiamo anche casi più recenti di Fanny, alcuni che hanno anche suscitato il clamore dell’opinione pubblica come quello di Allyson Felix. Ma alla fine… possiamo dire che le donne di sport hanno i superpoteri?
Da appassionata dell’universo Marvel, DC Comics, X-Men, offro una risposta secca: no. Le donne di sport non hanno superpoteri. Non si sanno rendere invisibili, pur diventando spesso invisibili nelle pagine sportive. Non piegano a loro volere gli elementi naturali, pur non piegandosi davanti a salite, discese, piogge, tempeste, siccità. Non alterano le loro caratteristiche biologiche, anche se per tenacia (propria o di chi ha creduto in loro) corrono nonostante i dottori abbiano refertato “non camminerà mai” (Wilma Rudolph); cavalcano anche se le gambe sono paralizzate (Lis Hartel); fanno sparire cappelli (Nina Ponomareva); non lanciano un lazo luminescente, anche se proprio in questa raccolta è contenuta la storia di Ellen O’Neal, campionessa di skateboard che in un celebre episodio degli anni Ottanta fa da controfigura a Lynda Carter impersonando Wonder Woman e arrestando i malviventi dopo un inseguimento a folle velocità sulla tavola. È possibile essere madre ed essere una grande atleta: non è semplice e diventare madre non significa acquisire superpoteri. Penso a casi recenti: Kiara Fontanesi che decide di mettere in cantiere il secondo figlio rinunciando di fatto a una stagione iper performante; la mamma di Arianna Fontana che in più interviste si augura di diventare nonna, non di accompagnare la figlia alla prossima Olimpiade;… come si fa a scegliere? In Dawn, Vera, Wilma c’è anche la storia di Larisa Latynina, ginnasta che dominò i Mondiali di Mosca del 1958, incinta di cinque mesi. Nascose la sua gravidanza. Donne umane, tutte umane, che piangono e si disperano e fanno scelte difficili ma non hanno a disposizione una bacchetta magica. Talvolta, non hanno nemmeno a disposizione una palestra.
Il Libro
Dawn, Vēra, Wilma e le altre
23 ritratti di donne che hanno fatto la storia dello sport
Autore: Melania Sebastiani
Editore: Bolis Edizioni
Prefazione: Gino Cervi
La video intervista
