Scrivere di Sport – Biciclette partigiane di Sergio Giuntini

Scrivere di Sport incontra Sergio Giuntini, autore di “Biciclette partigiane – diciannove storie di ciclismo e Resistenza.”

Sergio Giuntini, vice presidente della Società Italiana di Storia dello Sport, è autore di vari saggi: tra i più recenti si segnalano Sport e fascismo (con M. Canella, 2009), Milano nello sport (con G. Cervi, 2014), Il partigiano Gianni. Gianni Brera, l’Ossola e il Diario storico della II Divisione Garibaldi Redi (2015), L’agonismo della Padania. Sport e Lega Nord (2017), L’oppio dei popoli. Sport e sinistre in Italia (1892-1992) (2018), Donna e sport (con M. Canella e I. Granata, 2019), La rivoluzione del corpo. Le italiane e lo sport dalla “signorina Pedani” a Ondina Valla (2019), ‘O Cammello. Vita, morti e miracolosi gol di Antonio Bacchetti partigiano-calciatore (2020), Storia critica del Milan (2021).

L’autore in Biciclette Partigiane ha raccolto diciannove storie che raccontano il connubio tra biciclette e Resistenza: da Giovanni Pesce, leggendario capo dei Gap milanesi, alle storie delle staffette partigiane, dalla partecipazione alle lotte di Liberazione di Alfredo Martini e Luciano Pezzi, che, da direttori sportivi, scriveranno negli anni a venire la storia del ciclismo nazionale, a ciclisti meno noti sopravvissuti alle stragi nazifascisti o ai lager tedeschi.

Davanti a tutti anche le storie delle donne che, al fianco dei loro uomini, hanno partecipato, in bici, alla Resistenza.

L’intervista a Sergio Giuntini

La prima cosa che le voglio chiedere riguarda la scrittura di un testo come Biciclette Partigiane e tutti gli altri testi in cui si è cimentato: come si scrive un libro? Qual è la sua tecnica o metodologia di approccio alla creazione e realizzazione di un testo come quello del quale parliamo oggi?

Per uno storico gli strumenti di cui si fa uso sono quelli classici: fonti primarie (d’archivio) e secondarie (giornali, saggi, ecc.). Oggi si può attingere anche alla rete, ma in questo caso è necessario prestare molta attenzione alla loro qualità, spesso approssimativa. Personalmente nel corso di molti anni di lavoro ho predisposto un archivio domestico, suddiviso per materie e argomenti, che mi consente di disporre di molti materiali utili (soprattutto articoli di giornale e volumi) che altrimenti dovrei procurarmi con apposite ricerche in archivi e biblioteche. 

Per realizzare Biciclette Partigiane lei ha letteralmente “scavato” nelle pubblicazioni storiche per rintracciare le testimonianze della presenza della bici durante la Seconda Guerra Mondiale, da Pratolini a Vittorini fino a scendere nei dettagli di pubblicazioni dedicate a territori precisi come il testo di Macchi su Varese. Come si organizza una ricerca così articolata?

La risposta a questa domanda è in buona parte contenuta in quella precedente. Ero già in possesso della maggior parte dei testi storici relativi all’argomento trattato; inoltre in precedenti ricerche di respiro più ampio mi ero occupato del contributo recato alla Resistenza dallo sport italiano ed europeo. In sostanza mi è stato sufficiente focalizzare gli studi precedenti focalizzandoli sul ciclismo e la bicicletta.

La bicicletta, la guerra e le donne, fiere combattenti armate di due ruote e coraggio, al fianco e non nell’ombra degli uomini simbolo della Resistenza come Nori Brambilla e Giovanni Pesce, se preferiamo Sandra e Visone. Come vivevano il loro rapporto con la bici e quanto hanno contribuito nelle azioni partigiane?

La “bicicletta e la rivoltella” come ha scritto Santo Peli, un importante storico della Resistenza italiana, sono sempre state le fedeli alleate del “gappista” e anche delle staffette partigiane. Il contributo femminile alla lotta di liberazione nazionale è ormai, finalmente, un dato assodato da parte della storiografia, e molte di loro, agendo appunto da staffette, intrattennero un rapporto quasi affettivo con le loro biciclette. Lo attesta proprio Nori Brambilla, assai rattristata dal fatto che dopo la Liberazione la bicicletta con cui aveva compiuto molte nazioni le venne inopinatamente rubata. Del resto siamo il paese di “Ladri di biciclette”, il capolavoro del nostro neorealismo cinematografico.

Lei è uno storico dello sport che ha all’attivo vari saggi, alcuni legati alla figura della donna nel mondo sportivo. Parlando con gli scrittori precedenti quello che emerge è che De Coubertin, e il suo tempo, definivano la donna inadatta allo sport, per spirito e corpo. Ma questa percezione resta chiara, almeno in Italia, ancora negli anni Settanta con quelle 19 discipline individuate non adatte allo sport al femminile. Cosa è successo fino a oggi e come questa evoluzione di “conquista” è legata alla trasformazione socio/politica del nostro paese?

Il rapporto tra donna e sport è stato molto travagliato per tutta una serie di fattori sociali e culturali legati alla morale, al costume, alla religione, alla fisiologia, al senso del pudore ecc. Per sua origine e natura profondamente maschilista, l’establishment sportivo ha fortemente frenato le pratiche sportive femminili. In Italia, ma non solo.  Basti dire che solo nel 1962, tenendosi in Italia i campionati mondiali di ciclismo e temendo la “brutta figura” a livello internazionale, la Federazione Ciclistica Italiana aprì le sue porte al ciclismo femminile dovendo schierare al via anche una rappresentativa muliebre. Oppure è sufficiente ricordare che la Federazione Italiana Giuoco Calcio ha inserito al proprio interno il calcio femminile esclusivamente dal 1986, ma relegandolo nella Lega nazionale dilettanti. Molte di queste incrostazioni nel senso comune permangono tuttora e naturalmente non solo altro che i riflessi delle arretratezze che continuano a discriminare la donna italiani in molti campi: dal lavoro alla politica ecc. In particolare precludendo loro, negli stessi ambiti della federazioni sportive, l’accesso alle cariche apicali.    

Bici e guerra. Perché questo mezzo è sempre il protagonista silenzioso e salvifico dei conflitti? Guardando al presente conflitto nel territorio ucraino ci sono storie e dettagli legati alla bicicletta anche in una guerra (purtroppo) moderna e inaspettata?

La bicicletta è stata già utilizzata dai “comunardi” durante la Comune di Parigi; nel corso dei moti popolari del 1898, a Milano, il generale Fiorenzo Bava Beccaris, colui che aveva decretato lo stato d’assedio in città, ne proibì l’uso tra i rivoltosi; la Grande Guerra, pur essendo stata guerra di posizione, ha visto anch’essa un certo utilizzo della bicicletta. Naturalmente, poi, le due ruote sono tornate a svolgere un importante uso negli anni della Repubblica di Salò con la Resistenza. Rispetto al conflitto ucraino, non posseggo informazioni al riguardo. Ma ritengo che le caratteristiche di questa guerra non ne favoriscano un uso bellico, forse solo per trasferimenti brevi tra sfollati. In ogni caso occorrerà attendere, speriamo a breve termine la conclusione, per fare delle più approfondite riflessioni in questo senso.  


Il Libro

Biciclette Partigiane

diciannove storie di ciclismo e Resistenza

Autore: Sergio Giuntini

Editore: BOLIS EDIZIONI

Prefazione: Gino Cervi


La Video intervista a Sergio Giuntini

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